venerdì 9 dicembre 2016

I MIEI REGALI

Io, per donare, non scelgo solo il Natale, bensì ogni giorno dell'anno.

Vi propongo la mia piccola lista di regali senza tempo; tutti doni che non passeranno mai di moda...


1. Regalate del tempo
   Il tempo che offrite tornerà

2. Offrite perdono

3. Fate tesoro di ciò che vi viene insegnato e, a vostra volta, donate il vostro sapere.

4. Ascoltate in silenzio prestando attenzione e senza pregiudizi; ascoltare, oggigiorno, nel fragore del mondo, rappresenta una rarità.

5. Donate la vostra amicizia e avvicinatevi a qualcuno che non se lo aspetta. Un dono incommensurabile.






mercoledì 23 novembre 2016

lunedì 14 novembre 2016

COLONIA 'ETTORE MOTTA'




Una cartolina dell'epoca 
IERI
La colonia ‘Ettore Motta’  venne edificata tra il 1927 ed il 1937 a
Marina di Massa e fu intitolata al defunto figlio dell’imprenditore

Giacinto Motta, allora a capo del Gruppo Edison.
Questo bel complesso ricopriva una superficie di 35.000 mq (di cui 7.200 coperti) ed era dotato di una piscina, un refettorio, una sala medica ed una centrale termica. 
All’esterno, a lato monte, comprendeva una vasta pineta. Prima della costruzione della vicina Colonia Torino, la Ettore Motta costituiva il plesso che occupava l’area più estesa di tutta la riviera apuana.
La struttura principale, distribuita su tre piani, era caratterizzata da una facciata in stile Umbertino, ossia composta da mattoncini faccia a vista, mentre le finestre apparivano ampie ed elegantemente decorate.
Le altre costruzioni retrostanti erano invece improntate su uno stile essenziale e severo.
l'insieme di questi fabbricati si affacciava su un'avveniristica piscina di grandi dimensioni, nonché sulla vicina spiaggia.


OGGI


La colonia Ettore Motta funzionò fino agli anni ’60 poi venne abbandonata ed attualmente riversa in un totale stato di degrado conclamato dalle fatiscenti strutture.

L'immobile principale di questo plesso, ha inoltre subito un brutto incendio che ne ha irrimediabilmente compromesso la struttura dei solai.
Erbacce, rovi, ruggine, vetri rotti, graffiti e mura pericolanti, ecco cosa rimane di un gioiello architettonico che appariva ampio, funzionale e costruito con materiali di pregio. 
Ai giorni nostri, questo patrimonio immobiliare, lo vediamo consegnato  al più totale degrado ed in balia di ogni sorta di individui che vi trovano rifugio e vi dimorano al solo scopo di arrecare danni.
Ciò risulta inaccettabile, così come è inconcepibile il totale disinteresse da parte di buona parte della cittadinanza e dell'amministrazione!  


Ph. Debora Suomi Santarelli
Ph. Debora Suomi Santarelli
Ph. Gioele Lothar Grandicelli


Nel seguente articolo, tratto dal quotidiano 'Il Tirreno' e datato 17 ottobre 2007 venne addirittura resa pubblica la data, a partire dalla quale, si sarebbe provveduto allo sgombero e alla messa in sicurezza della Colonia Edison....

MARINA DI MASSA. Ricovero per disperati, tossici, stranieri senza permesso; discarica abusiva; luogo simbolo delle battaglie della destra “ordine-sicurezza-intolleranza”, oggetto di ripetute proteste da parte di turisti e residenti. Ma anche comparto capace di accendere grossi interessi immobiliari. È la colonia ex Motta che - finalmente - sarà pulita, messa in sicurezza, igienizzata e, infine, recintata. Quando? A partire da lunedì. Lo annuncia l’amministrazione comunale. L’ecomostro con vista mare di viale delle Pinete (ecomostro in riferimento non all'edificio che fu, anzi, uno dei gioielli architettonici del litorale, ma al degrado che lo avvolge, ai rifiuti che lo invadono e ai pericoli di crollo che contiene) attendeva da anni questo intervento. Che non si annuncia facile. Perché alcune parti della struttura sono occupate, senza titolo, da persone - stranieri extracomunitari in prevalenza - che soltanto lì hanno trovato un tetto sotto cui vivere. Per questo, allo scopo di garantire il regolare svolgimento delle operazioni, i lavori di risanamento della ex colonia saranno avviati alla presenza delle forze dell’ordine. Un piano già concordato da tempo fra amministrazione e vertici di carabinieri, polizia di Stato, guardia di finanza in un vertice davanti al prefetto tenutosi lo scorso settembre. Le condizioni disastrose del complesso edilizio sono da anni davanti agli occhi di tutti. Più volte lo stabile è stato teatro di blitz della polizia a caccia di autori di reati o semplicemente di irregolari. Di recente, un sopralluogo effettuato dai Vigili del fuoco e dai tecnici comunali aveva certificato lo stato di forte degrado, evidenziando come alcune strutture portanti dell’immobile siano lesionate, l’occupazione abusiva di alcune ali dell’edificio, il suo utilizzo come deposito di sporcizia e materiali di inerti. L’amministrazione comunale aveva poi emesso un’ordinanza con cui venivano disposti interventi «urgenti e improcrastinabili onde evitare pericoli alla pubblica incolumità».




Nulla di quanto annunciato è mai stato fatto!


 E dietro alle grate, il complesso architettonico continua tristemente ad essere prigioniero del suo declino...

Ph. Debora Suomi Santarelli



D

venerdì 4 novembre 2016

C’erano una volta le colonie marine



Lungo la nostra riviera, si ergono, oramai tristemente abbandonati, alcuni imponenti e superbi edifici, che per tanti bambini e ragazzi costituirono un tempo luoghi felici.



       IERI
Colonia Edison Motta (archivio Regione Lombardia)

                                                                   

OGGI
Colonia Edison Motta (Ph. Debora Mika Suomi Santarelli)

                                                                        
Le grandi e linde camerate, le corse in spiaggia, i giochi nei vasti saloni interni nei giorni di pioggia, le passeggiate in fila per due per andare a comprare il gelato, i cappellini e le divise bianche tutte uguali, il film proiettato nel parco una volta a settimana, le risa di bimbi allegri ma disciplinati, sono oggi solo un lontano ricordo.
Un ricordo che trasuda nostalgia, ma anche desiderio di divulgare un messaggio intriso di profondo rammarico e risentimento, poiché il loro abbandono ha consegnato numerosi di questi pregevoli complessi architettonici al più totale degrado e all'assoluta incuria.
I perché di questo scempio possono essere ricercati in due fondamentali motivazioni.
In primis, uno sconsiderato strumento di ‘vendetta’ nei confronti del Regime Fascista e, in seconda battuta, i tagli che i comuni, negli anni ’70, dovettero attuare.
Tali riduzioni della spesa sociale andarono  a colpire le gloriose Colonie, poiché scioccamente, molti genitori presero a considerarle come marchi di povertà.
Queste splendide opere vennero così abbandonate, o nella migliore delle ipotesi, convertite in sale da ballo, scuole ‘satelliti’ per istituti di limitate dimensioni e altri utilizzi ben poco conformi all'uso per il quale erano sorte.
Il boom costruttivo di questi pregevoli edifici
Razionalisti avvenne tra la fine degli anni ’20 ed il 1940.
Essi sorsero numerosi e vennero distribuiti in diverse località turistiche (la concentrazione massima si ha in Toscana e in Emilia Romagna).
Le Colonie, raccogliendo parte di un’eredità del secolo precedente, avevano il compito di svolgere una triplice funzione: di svago (alberghi), di istruzione (scuole) e di cura sanitaria (clinica).
Questa triade si sintetizzò e materializzò in maniera esemplare per mezzo di gemme dell’architettura Razionalista.

L' avanguardistico registro costruttivo applicato, nel quale all’eleganza delle linee si affiancava una geniale funzionalità, si espresse in tempi record attraverso l'edificazione di formidabili e funzionali titani di calcestruzzo atti ad accogliere bambini e ragazzi.

Le Colonie si differenziavano in base alla tipologia del luogo in cui sorgevano (marine, lacuali, montane, fluviali), ma anche a seconda della stanzialità; le strutture aperte tutto l’anno avevano infatti un carattere curativo di malattie croniche, le temporanee, invece, accoglievano i ragazzi nelle ore diurne per le cure elioterapiche e alla sera, i piccoli ospiti facevano così ritorno a casa.
A queste due categorie di strutture si conformarono le Colonie erette al fine di ospitare i figli degli operai dipendenti di grandi industrie di allora, come
Montecatini Edison, Fiat, Dalmine, Agip ecc.



FINE PRIMA PARTE



Debora Mika Suomi Santarelli

martedì 25 ottobre 2016

L' INVENZIONE DELLE MODERNE LIBRERIE




Un interno della libreria Temple of the Muses di Londra in una stampa del 1828
(Wikimedia Commons)


Vi siete mai chiesti dov'è nata la prima libreria della storia? E soprattutto: vi siete mai domandati a chi mai è balenata questa rivoluzionaria idea? 
Io sì.
Al che, da bibliofila incallita, sono andata a rovistare in rete ed ho trovato poche, ma ghiottissime, informazioni!




James Lackington
La prima libreria è nata a Londra su iniziativa di un ex apprendista calzolaio: James Lackington.
Questo intraprendente uomo nacque nel 1746 a Wellington, in una famiglia modesta.
Da bambino non andò a scuola, tuttavia, animato da una smodata passione per i libri classici, imparò a leggere da autodidatta.
Nel 1774, nella capitale inglese, aprì il suo primo negozio: l'imponente "Temple of the Muses", un'affascinante costruzione che sorgeva in Finsbury Square e che purtroppo, nel 1841, venne divorata da un terribile incendio.



Sino ad allora, a Londra, i libri costituivano ancora un articolo di lusso e la loro diffusione era di conseguenza limitata; Lackington riuscì a rivoluzionare questa realtà per mezzo di una nuova formula di vendita. 

Tale innovazione prevedeva diverse novità.
In primis, egli decise che non avrebbe dato libri a credito, come era d'uso al tempo, ma solo
dietro pagamento immediato. Questo cambiamento permise a Lackington di acquistare grandi quantità di libri e ad un costo inferiore rispetto alla concorrenza.
Le opere potevano così essere immesse sul mercato a prezzi inferiori rispetto alla media.
Altra innovazione fu la vendita a buon prezzo di libri usati.

Fino a quel momento, infatti,  i librai compravano grandi quantità di volumi vecchi e poi ne distruggevano più o meno tre quarti per far salire il prezzo delle copie rimanenti, diventate rare.
La terza ed ultima novità introdotta dall'ex calzolaio fu quella di impedire ai clienti di contrattare sui prezzi. 
A tal fine, Lackington appese dentro il negozio un cartello che recitava: <Il prezzo più basso è indicato sulla copertina e non ci saranno sconti ulteriori su nessun libro>

Al tempo, tra i clienti abituali del Temple of the Muses si poteva annoverare addirittura John Keats; il poeta usava trascorrere ore ed ore a leggere all'interno delle sale poste ai piani superiori della libreria e fu proprio lì che incontrò i suoi primi editori.
Lo stesso Lackington, come molti librai dell'epoca, fece anche l’editore: mandò in stampa numerose edizioni della sua autobiografia, Memoirs of the First Forty-Five Years of the Life of James Lackington, e nel 1818, tre anni dopo la sua morte, i soci della sua casa editrice pubblicarono il capolavoro di  Mary Shelley, ovvero 'Frankenstein'.


Nel 1798 James Lackington vendette la Temple of the Muses e si mise a fare il predicatore metodista fino alla sua morte, che avvenne nel 1815.
La libreria, come ho anticipato, bruciò in un incendio nel 1841 e non venne mai ricostruita.




Debora Mika Suomi Santarelli

Exterior of the Temple of the Muses bookshop





giovedì 25 agosto 2016

TRA MARE, CIELO E POESIA





 Approdare a Lerici, incantevole falce di terra, è stupore allo stato puro.
Difatti, una volta risalita l'altura che ne accoglie le alte e tipiche abitazioni che ne punteggiano l'anfiteatro, si spalanca innanzi a noi un'immensa distesa azzurra dominata da un maestoso maniero a picco sul mare.
Indimenticabile visione.
La finestra che si apre su questa porzione del Golfo dei Poeti, penne sensibili che qui dimorarono e lasciarono tracce indelebili della loro produzione (Lord Byron, Shelley etc), ci offre uno spettacolo fatto di colori cangianti, di viti, di olivi, di verdi calette sormontate da odorose pinete e, al centro di questa lussureggiante fetta di paradiso, la deliziosa cittadina, un tempo denominata Mons Ilicis (monte dei lecci).
Una volta discesi tra le svettanti case, inevitabile addentrarsi attraverso le tipiche creuze, pittoreschi vicoli contenuti tra le mura e spesso sormontati da archi che sembrano sorreggerle; percorsi spesso punteggiati da ripide scalinate, da minuscole finestre e porte ornate di fiori o di simboli che ne rammentano le radici marinare.
Passo dopo passo, attraverso questi caratteristici caruggi fino a scorgere quel fazzoletto turchese che ne segna puntualmente la fine.
Dono accecante e divino che spalanca la vista e il cuore.
Profumo di sale, e di di fronte al porticciolo con le barche che si cullano leggere, i pescatori che dipanano le reti in compagnia di gabbiani con un una triglia nel becco.
Più in là la piazzetta, con  i turisti seduti al bar, le coppe di gelato, le infradito, i rintocchi del campanile tra le palme.
Da qui, scivolando attraverso una galleria sottostante il magnifico castello di San Giorgio, si giunge ad un eden: una caletta di ciottoli e sabbia con alle spalle una vegetazione generosa e incontaminata.
Insenatura lambita da acque smeraldine nella quale trovare refrigerio, mentre lo sguardo affoga felice nel tripudio di pini marittimi, di lecci, di ginestre e d'aloe abbracciati alle ripide falesie.
Estasi per i sensi.
Riprendo il sentiero tra cielo e mare in questa terra di colori e di luci, di suoni e di odori, mentre la mente corre ai versi di quei poeti che qui attinsero superba ispirazione.
Chiudo gli occhi, e mentre il treno si allontana, sospiro e mi tuffo ancora lì, dove l'azzurro non ha mai fine: Lerici.

mercoledì 10 agosto 2016

L' INDIPENDENZA DELLE IDEE



LO STRAORDINARIO MONOLOGO DI GARY COOPER NEL FILM 'THE FOUNTAINHEAD'
(opera cinematografica tratta dal libro di Ayn Rand e ispirata alla vita dell'architetto Frank Lloyd Wright)





"Migliaia di anni fa un uomo riuscì a scoprire il segreto del fuoco, forse lo bruciarono con
quel legno che egli aveva insegnato ad accendere, ma lasciò alla umanità un dono insperato e con esso libero dal buio la terra. Durante i secoli altri uomini mossero i passi sulle vie nuove animati solo dalla loro intuizione. I grandi creatori, pensatori, gli scienziati, artisti, gli inventori , rimasero soli contro gli uomini del loro tempo; ogni nuova idea veniva ostacolata ogni invenzione bandita ma ciascuno di loro andò avanti, lotto, soffrì e pagò. Ma vinse.
Non era mosso dal desiderio di piacere alla folla, la folla odiava il dono che gli era offerto ma lui cercava la verità suo scopo era solo la sua opera , non chi la usava , la sua creazione, non i benefici che gli altri ne traevano , la creazione che dava forma alla sua verità. Però la sua verità la metteva al di sopra e contro tutti gli altri , andò avanti sia che gli altri volessero seguire o meno, solo con la sua integrità per sola bandiera, non servì niente e nessuno , visse per se è solo vivendo per se poté realizzare le opere che formano la gloria della umanità. È così che avvenuta ogni conquista. L'uomo è nato inerme, ha una sola arma la sua mente, senza di essa,non potrebbe sopravvivere ma la mente è un attributo dell'individuo, non c' è e non si può concepire una specie di cervello collettivo. L'uomo che pensa dipende da se come può lavorare se è sottoposto a costrizioni di ogni genere è impossibile subordinarlo a bisogni,opinioni, o desideri di altri, nessuno ha diritto di sacrificarlo. Chi crea si basa sul proprio giudizio, il parassita segue l'opinione degli altri. Chi crea pensa, il parassita copia, chi crea produce il parassita ruba, chi crea tende alla conquista della natura, il parassita alla conquista degli uomini, a chi crea deve esse data indipendenza egli non comanda e non serve nessuno, tra lui è gli altri c'è un libero scambio una libera scelta. Il parassita cerca il potere e tenta di livellare gli uomini in una azione comune una comune schiavitù pretende che l'uomo debba essere uno strumento ad uso degli altri debba pensare come pensano gli altri, agire come gli altri che debba annullarsi in una servitù senza gloria. Guardate la storia, ogni conquista, ogni bene che possediamo deriva da un' opera indipendente di una mente indipendente, ogni barbarie o decadenza nasce dal tentativo di fare degli uomini degli automi senza anima, senza cervello , senza diritti personali, volontà , speranza, dignità . È un antico conflitto, oggi ha un altro nome, individuale contro il collettivo. Il nostro paese, si è fondata sul principio dell' individualismo ossia dei diritti inalienabili del uomo era un paese dove l'uomo era libero di cerca la sua felicità di guadagnare e produrre non angustiato dalla rinuncia di prosperare non di languire libero di possedere un bene inestimabile il senso del suo valore personale e la più alta delle virtù il suo amor proprio , questo è ciò che i collettivisti chiedono di distruggere come già altrove è stato distrutto."

Dedicato ad una mente vasta, acuta, ricchissima e libera.
Dedicato a un uomo creativo, colto, pregno di idee e progetti avanguardistici formidabili.
Dedicato ad un uomo forte nella sua solitudine, taciturno e straordinariamente umile.

Dedicato a mio figlio.




lunedì 7 dicembre 2015







                                                         
POST FATA RESURGAM





martedì 20 maggio 2014



LE GRAND HOTEL OBELISQUE



Un passo in avanti nel processo di risveglio della città di Trieste, non a caso definita come 'la Bella Addormentata sul Golfo', potrebbe essere rappresentato dal recupero di un edificio che sorge sulle alture della città e che vanta una storia davvero degna di nota, ossia lo storico 'Grand Hotel Obelisque'.




Un po' di storia: nel 1830 in occasione dell'inaugurazione del nuovo collegamento tra Trieste e l'Austria (Strada Nuova per Opicina), viene eretto un obelisco in onore dell'Imperatore d'Austria Francesco Giuseppe. Committente è il Corpo Mercantile di Trieste e la posizione viene scelta strategicamente sul limite del ciglione carsico che domina Trieste e il suo mare che tanta ricchezza ha portato alla città.



Foto: il tram che transita accanto e concede ai suoi viaggiatori qualche rapido sguardo verso l’hotel


Il 9 settembre 1902 alle 9 e 10 viene inaugurata la linea tranviaria che sbuca sull'altipiano carsico proprio all'altezza dell'Obelisco: la Trieste-Opicina.
È un'epoca in cui la stragrande maggioranza dell'umanità si muove ancora a cavallo e la città di Trieste non si è ancora espansa così tanto verso il Carso, per cui Opicina le è ancora distante e divisa da un enorme territorio tutto in salita e ricco di boschi.
Così come per la città di Trieste, gli anni che seguono l’inaugurazione del tram, vedono una grande trasformazione del tranquillo borgo rurale che fino ad allora, come tutto l’altipiano carsico, aveva vissuto prevalentemente di agricoltura. Si costruiscono alberghi e ristoranti, tra cui appunto l'Albergo Obelisco:

Foto: scorcio di Opicina negli anni d'oro dell'Hotel Obelisque






Foto: targa con busto dedicata a Sir Burton;
è stata rimossa dall'entrata dell'hotel dopo essere stata danneggiata dai vandali.
Nato come stazione per il cambio dei cavalli del servizio postale e per far riposare una notte il postiere, viene in seguito ampliato ed elevato a rango di albergo e in breve diventa un lussuoso luogo dove la classe più agiata triestina trascorre le vacanze estive lontano dall'afa della città. Seguono anni di sfarzo e vitalità per l'albergo che ospitò SIR RICHARD BURTON (1821-1890)un inglese d’oriente autore della traduzione di molte opere tra le quali 'Le mille e una notte' ed il 'Kama Sutra'. I fasti di questa struttura ricettiva raggiunsero il loro apice negli anni '70 del XX secolo, quando vennero costruiti la piscina con il bar e i campi da tennis, poi negli anni '80 incominciò un lento ma inesorabile declino. Ci fu un ultimo tentativo di rilancio con il business dei congressi, ma senza successo.
In seguito a questo flop, l'Hotel venne abbandonato a sé stesso ed oggi eccolo lì, prigioniero del suo declino e della sua lacerante atmosfera intrisa di nostalgia.
I suoi interni sono svuotati dei segni dei ricordi e il penoso stato d'abbandono è sottolineato da graffiti che macchiano le pareti, dai vetri infranti, dalla ruggine.

Anche dall'esterno l'albergo appare una struttura completamente decadente e sepolta, oltre che dalla vegetazione, da cumuli inestricabili di incartamenti, fallimenti, debiti e atti processuali.
Che triste fine! Oggi, questo nobile decaduto, è divenuto dimora di ratti, barboni e coppie amanti delle atmosfere gotiche.
Gli echi dei vecchi fasti risuonano nel silenzio del parco 
abbandonato dove, nell'incuria. si trovano ben tre campi da tennis e una piscina, nonché una serie di potenziali percorsi culturali e naturalistici.



Foto: l'attuale stato di abbandono in cui riversa l'ex struttura ricettiva
(Autore foto: Associazione SPIZ)



Grazie al prezioso contributo del mio inviato triestino Roberto Masi, posso mostrare anche qualche significativa e immagine dell'albergo:





video

Riprendere possesso di questo luogo, oltre che moralmente auspicabile, costituirebbe un impulso alla rinascita di una città che di strutture lasciate andare come l'Obelisco è stracolma e alle quali dedicherò altri articoli all'interno del mio Blog.
Recuperare e restituire alla collettività l'Hotel Obelisco rappresenterebbe un segnale culturale d'intelligenza e, fortunatamente, recenti e confortanti notizie informano che esso potrebbe riaprire i battenti. Lo “sponsor”, parziale, dell’investimento sarebbe di primo piano: si tratta della Sissa, la Scuola internazionale superiore di studi avanzati, che ogni anno accoglie a vario titolo e per periodi di diversa durata circa 440 persone dall’Italia e dall’estero ma che non possiede una foresteria.
Questa proposta di recupero dell'hotel è nata da una tesi di master che sarà discussa a giugno da Andrea Brunetta, 44 anni, manager triestino e alla Sissa da 10 anni.


IMPORTANTE: all'uopo di sensibilizzare l'intera cittadinanza, l'Associazione di Promozione Sociale Spiz ha indetto una petizione pubblica che invito tutti i gentili lettori asottoscrivere: http://www.spiz.it/rampigada-santa/rampigada-santa/petizione-pubblica-di-sensibilizzazione-sul-park-hotel-obelisco/petizione-pubblica-di-sensibilizzazione-sul-park-hotel-obelisco-sottoscrizione


                                                                                                                           

                                                                                                                    Debora Santarelli